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Sa limba de su RE

La voce scaturisce dal profondo la voce e – come l’acqua – non si può contenere
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Nel canto tradizionale sardo del Logudoro, la chitarra ha un ruolo delicato: è un fenomeno originale nel patrimonio etnofonico dell’isola. È solo ottenendo il quadro completo che si può guardare nelle innumerevoli sfaccettature di questo argomento complesso e scoprirne l’unicità e il fascino. In questo viaggio tra analisi storica, narrazione e canto, due esperti con le proprie traiettorie di vita mostrano i diversi stili, moduli, forme musicali, voci e accordi che caratterizzano Sa limba de su RE

 

Che cosa significa SA LIMBA DE SU RE?

Sa limba de su Re significa letteralmente la lingua del Re. Il Re è inteso sia come nota musicale (D nella Notazione inglese delle note musicali) che come Re sovrano. La musica e la lingua sono due ambiti importanti di ricerca nel nostro percorso, e in questo documentario focalizziamo l’attenzione su alcuni aspetti precisi della musica sarda e mediterranea, e del suo rapporto con la lingua.

Il “canto in Re”, dal nostro punto di vista è uno dei più affascinanti elementi nel panorama della musica mediterranea, ed è qui che ci troviamo nel vivo della materia: il canto a chitarra del Logudoro (il Logudoro è un vasto territorio della Sardegna centro-settentrionale, NdR). Per dirla con le parole di una delle voci del nostro documentario, il chitarrista virtuoso Tore Matzau, si può affermare che “il canto in Re è il Re dei canti”.

Ecco che abbiamo svelato uno dei protagonisti che ci accompagna in questo viaggio tra narrazione e canto. L’altro esperto è il prof. Andrea Deplano (autore di opere fondamentali tra le quali “Tenores – Canto e comunicazione sociale in Sardegna,“Rimas – Suoni Versi Strutture della Poesia Tradizionale Sarda, “Ballos) studioso che, fin dalla tenera età, ha vissuto in prima persona le dinamiche della poesia e della musica della Sardegna, esplorandole nella loro totalità.

 

Che rapporti ci sono tra la lingua sarda e l’italiano?

 

Andrea Deplano. Ph. Nicola Marongiu, Cinzia Carrus

Per rispondere a questa domanda occorrerebbero, come minimo, una manciata di tesi di laurea in linguistica. Noi, da appassionati, tra le varie ricostruzioni a ritroso nel tempo, alla ricerca delle radici, siamo rimasti affascinati, ad esempio, dagli studi del linguista sardo Salvatore Dedola, secondo i quali il sardo e l’italiano sono due espressioni dell’evoluzione di una proto-lingua mediterranea unica, così come lo spagnolo, il francese, etc. – già in Giovanni Semerano si trovano le basi di tale ricostruzione, ma Dedola ha approfondito la questione, arrivando anche a riscrivere il noto dizionario etimologico della lingua sarda di M.L. Wagner, e pubblicando circa 15 opere tematiche, dalla toponomastica alla religione. Il sardo ha conservato forme linguistiche arcaiche, e questo ne fa un campo di indagine particolarmente interessante: ci auguriamo che venga esplorato sempre più a fondo.

 

 

Che rapporti ci sono tra la lingua sarda e la musica sarda tradizionale?

Qui torniamo ai protagonisti del nostro documentario… Andrea Deplano vive per provare a dare questa indicazione, e vogliamo citarlo letteralmente: “La lingua sarda è musicale, quindi è>che dalla lingua si passi alla musica. Qualunque lingua è connaturata alla musica, ma la lingua sarda lo è ancora di più”. Nel documentario viene attraversato questo tema in varie prospettive, che Deplano tratta compiutamente nei suoi libri. Si va al di là di una vaga impressione di musicalità di una lingua rispetto ad un’altra, siamo all’interno di un’indagine approfondita e puntuale, che pensiamo possa dare un apporto sostanzioso in diversi ambiti di ricerca.

Proprio per questa peculiarità, ci sembra che il sardo superi le barriere intrinseche alla lingua, è lingua che supera se stessa, laddove “universale e particolare si sostanziano in modo univoco per abbattere barriere culturali e linguistiche a dimostrare che la musica possiede un solo linguaggio” (cit. Deplano). Ci piacerebbe parlare di e di Carmelo Bene, ma ci fermiamo qui…

 

 

Ph. Nicola Marongiu, Cinzia Carrus

Chi siete? Da dove nasce? Come siete arrivati al tipo di cinema che fate?

 

Si potrebbe dire che insieme osserviamo e indaghiamo microcosmi. Siamo partiti sull’onda di gnōthi seautón – conosci te stesso, per noi punto di riferimento imprescindibile del viaggio. Il desiderio di condividere scoperte e interrogativi, e l’esigenza di superare i limiti della lingua, nel tempo hanno trovato in noi varie forme d’espressione, dalla fotografia, alle installazioni e performance, fino a sfociare nella creazione di documentari: la passione per il cinema ci accompagna fin dalla tenera età, e siamo passati dal guardare i film che ci piacciono a fare i film che ci piacciono, provando a non cadere nelle trappole di cui i linguaggi cinematografici sono costellati, cerchiamo di andare oltre rispetto alla rappresentazione.

Dicevamo di microcosmi… è un’indagine che conduce continuamente dal particolare all’universale. Proprio per esplorare chi siamo, nella nostra molteplicità, abbiamo prediletto, sempre di più, un approccio multi ed interdisciplinare.

Ci piace ascoltare voci tra loro (più o meno apparentemente) contrastanti, e offrire questo insieme che non può certo ambire alla completezza, ma può rendere l’idea della varietà di visioni e conservare preziose memorie che, altrimenti, andrebbero perdute. Nell’atto della registrazione ci sta particolarmente a cuore preservare sia la spontaneità delle persone protagoniste dei documentari che la nostra.

La sorpresa, lo smarrimento della persona che racconta o che suona o canta, e dimentica di trovarsi di fronte ad una telecamera, e sorprenderci noi nell’ascolto, è quanto di più bello possa capitare.

Buona parte dei documentari, finora, li abbiamo dedicati alla grande ricchezza culturale della Sardegna, l’isola in cui siamo nati, registrando e mettendo a disposizione diverse testimonianze, secondo il principio della complementarietà.

Abbiamo la fortuna, come per Sa Limba de su Re, di conoscere persone che conservano enormi tesori difficilmente esprimibili e comunicabili se non tramite l’arte, e così la chitarra di Tore Matzau è bellezza in Musica e le parole di Deplano sono poesia, oltre il linguaggio in se.

Qui torniamo alla questione di lingua e linguaggio che superano se stessi, alla phoné, e all’impossibilità di “(…) fare del cinema con il cinema, della musica con la musica, della letteratura con la letteratura (…)” (cit. C.B.).

 

 

Tore Matzu – Ph. Nicola Marongiu, Cinzia Carrus

 

 

Dal vostro film si capisce che la tradizione della “Musica del Re” è viva e vegeta e molto apprezzata dalla popolazione. Come viene insegnata tramandata? In quali occasioni viene suonata?

Sì, è vero… la tradizione è viva e vegeta ma per un pubblico decisamente ristretto se lo paragoniamo a quello di anche solo cinquant’anni fa. Le ragioni di questo cambiamento (osservabile non solo per quanto riguarda il canto a chitarra) sono spiegate e argomentate da Matzau e Deplano nel documentario, la questione è molto più complessa e ampia rispetto a quello che si potrebbe immaginare. Quindi, sì, oggi troviamo sul palco Pino Masala, nato nel 1962, insieme a Gian Daniele Calbini, nato nel 1997: è un piccolo miracolo.

Anche sulle occasioni, sull’insegnamento e sui modi in cui viene tramandata e suonata questa musica, preferiamo rimandare al documentario, ma possiamo svelare una piccola chicca, Matzau afferma: “ (…) ho frequentato moltissimo le bettole di Sassari… è stato per me… l’università, il conservatorio”.
A Sassari’s bettola is not some standard tavern or wine bar one can imagine. Cosa erano e cosa sono le bettole a Sassari è argomento che merita apposito approfondimento, e il documentario completo soddisfa anche questa curiosità, quantomeno con riferimento al contesto musicale – anche se, lo confessiamo, ci piacerebbe dedicare a questo tema un documentario a sé!

 

É evidente che gli argomenti che scegliete vi appassionano, ma come riuscite a produrre i vostri film? Come raccogliete i fondi necessari?

Inizialmente si è trattato di autoproduzioni, totalmente autofinanziate. Poi sono arrivati i lavori su commissione ma, al di là di questi casi, non è semplice accedere alle fonti di finanziamento quando si tratta di progetti propri. Ci rendiamo conto che, nella maggior parte dei casi, bisogna attingere a più fonti. Da un po’ di tempo a questa parte, molti registi (o artisti, più in generale), non solo esordienti ma anche facenti parte del cosiddetto mainstream, utilizzano piattaforme come Kickstarter e Patreon per raccogliere i fondi necessari a finanziare i propri progetti. Ma l’esempio migliore, secondo la nostra visione, è rappresentato da ciò che Nanni Moretti è riuscito a fare con la . Ha realizzato qualcosa di davvero speciale.

Sacher Film and Cinema Nuovo Sacher. Ha realizzato qualcosa di davvero speciale.

 

 

Ph. Nicola Marongiu, Cinzia Carrus

 

Come riuscite a farli arrivare al pubblico? Esiste un circuito dedicato?

Anche questo dipende dal tipo di lavoro realizzato, non esiste un vero e proprio circuito dedicato – o, se esiste, non l’abbiamo ancora scoperto, fatecelo sapere..! Quando si è trattato di lavori autoprodotti, o un mix tra autoproduzione e finanziamento altrui, abbiamo sempre presentato le opere attraverso conferenze, dibattiti, proiezioni di contenuti extra. Proprio per via della multidisciplinarietà dei nostri lavori e la particolarità dei temi scelti, viene da sé operare in questa maniera. Le conferenze, ad esempio, offrono la possibilità di conoscere meglio i protagonisti dei documentari, laddove possibile, e approfondire alcuni aspetti che, per necessità di sintesi, nell’opera sono stati solo accennati… e al contempo, noi ci rendiamo disponibili a condividere un po’ dell’altra parte della camera, la genesi, le nostre sensazioni.